24/06/09
In medias res: espressione proverbiale, coniata da Orazio (Ars poetica, vv. 148-9): Semper ad eventum festinat et in medias res / non secus ac notas auditorem rapit, (il bravo scrittore) “sempre punta dritto verso l’acme, trascinando il suo lettore / nel bel mezzo degli eventi quasi già li conoscesse”.
L’attacco del romanzo di Gioia è un classico incipit in medias res: proietta il lettore al centro dell’acme drammatica con cui si apre l’avventura messicana dell’io narrante. E produce precisamente quell’effetto di immedesimazione, di identificazione con il personaggio e la sua storia (nella fattispecie, con un protagonista che abita ogni capitolo del testo, ogni singola scena della narrazione) che Orazio raccomanda come tecnica per catturare al volo l’attenzione, l’interesse, la partecipazione del lettore: “quasi (quegli eventi) già li conoscesse”.
Questo effetto di straniamento, di sradicamento dalla realtà ordinaria del proprio vissuto e di trapianto nel contesto narrativo, l’ho sperimentato io stesso fin dalla prima lettura di quella che presumo fosse, qualche anno fa, una stesura primigenia. Vale a dire che fin dalla prima pagina, fin da quella prima riga procellosa (“Da nord, il vento improvviso coprì persino il mio ansimare”), io mi sono sentito scaraventato lassù, sulla “cima sacra” della Sierra Nayarit. Accanto al giovane dirigente che racconta in prima persona. Anzi, già quasi in-corporato e in-animato in lui. Io, Marco Beck, dentro la pelle di quell’audace trekker che sta per essere investito da una tempesta a 2200 metri di altezza, su una montagna sperduta nel cuore del Messico centrale. Proprio io, viaggiatore solo occasionale e a breve raggio, che mai ho messo piede nel Nuovo Continente. Proprio io che al massimo ho scalato da ragazzo la vetta del Campo dei Fiori. Proprio io che sul Messico ho terribili lacune non solo turistiche ma anche geopolitiche e, peggio ancora, culturali. Io che ho letto solo qualche poesia di Octavio Paz, Puerto Escondido di Pino Cacucci e un paio di libri sulla conquista di Tenochtitlán da parte di Hernán Cortés, mi sono subito identificato con... a proposito, come si chiama il protagonista? Be’, ecco una piccola sfida lanciata da Gioia ai suoi lettori: setacciate il volume da un capo all’altro, e vediamo se riuscite a dare un nome e un cognome al nostro eroe.
Un altro gioco, uno stimolante esercizio intellettuale può consistere nell’individuare le rispondenze, le assonanze o consonanze tra le pregevoli, rarefatte poesie collocate come epigrafi o sigle sulla soglia di ciascuno dei venti capitoli e i temi che in essi vengono dipanati.
Già questo primo capitolo, Voragini, annuncia il carattere polisemico della scrittura di Walter Gioia, la contemporanea presenza di significati reali, metafisici e metaforici, psichici e metapsichici. La montagna, l’ascesa: concretezza di un’impresa fisica, che comporta un affaticamento descritto con esattezza fisiologica. Ma anche, al tempo stesso, metafora di uno spossante cammino interiore proteso alla ricerca della verità, di un percorso iniziatico verso la meta di un’identità e di un equilibrio sempre sfuggenti. Sullo sfondo, l’ineludibile paradigma biblico del Monte Sinai, dell’ascesa di Mosè ed Elia sul Monte Oreb, incontro al Mistero Divino. E, su un piano puramente allegorico, l’itinerario di ascesi mistica tracciato da san Giovanni della Croce nella Salita del Monte Carmelo. In tutto il romanzo, del resto, si dispiega un tessuto di echi, rimandi intertestuali, allusioni, che il lettore più attento è invitato a scoprire. Ma anche i meno agguerriti, pur senza scendere in questi strati più profondi, trarranno sicuro godimento dall’incalzante succedersi di episodi avvincenti, emozionanti, di taglio a volte cinematografico.
Una nuova ascesa alla montagna sacra della Sierra, fino ai ruderi di un tempio precolombiano, avverrà verso la fine del romanzo e sarà segnata dall’incontro con un misterioso sciamano, un curandero che sembra muoversi sul sottilissimo crinale tra realtà e irrealtà, immanenza e trascendenza. Ma tutto il soggiorno del protagonista in quella terra incantata è, in sostanza, scandito da arrampicate sui ripidi pendii di montagne simboliche, sacre o profane. Scalate di forte valenza iniziatica, che tutte contribuiscono al risanamento interiore del giovane dirigente, al cicatrizzarsi delle sue ferite psicofisiche: il sospetto di una grave malattia polmonare, gli attacchi di panico, i postumi delle crisi infantili e adolescenziali in seno alla famiglia, i problemi lavorativi, i fallimenti sentimentali.
L’iniziazione all’esplorazione del proprio inconscio grazie a un rito sciamanico condiviso con una coppia di contadini, Francisco e Clara, d’incantevole sapienza, semplicità e generosità, è una sorta di discesa verso il picco vertiginoso di una montagna rovesciata, qual è la psiche aggrovigliata del protagonista. E va subito aggiunto che in questi tuffi “psicoterapeutici” la prosa di Gioia tocca vertici di sconvolgente visionarietà. Ma poi sa anche scavare con pietoso discernimento nel passato dei due anziani campesinos, nel lontano trauma che pure non ha distrutto il loro rapporto, ma paradossalmente ha cementato la loro unione, la loro serenità contagiosa.
C’è poi l’impervia montagna etico-sociale che si erge lungo il cammino del protagonista con tutta la mole della questione concernente lo sfruttamento degli indios nelle micidiali piantagioni di tabacco gestite senza scrupoli da avidi latifondisti all’ombra delle multinazionali. Qui i suoi compagni di strada sono un coraggioso agronomo, Piramo, impegnato in un’impossibile battaglia contro la mafia locale e i suoi sgherri, e alcuni giovani lavoratori appartenenti all’etnia degli huicholes: un popolo vessato, emarginato, minacciato di estinzione insieme al suo patrimonio di cultura autoctona. Nella ricerca di un nuovo orizzonte esistenziale, questa presa di coscienza antropologica e morale ha per il protagonista un valore non secondario.
Un’altra guida accompagna il viaggiatore europeo in un’altra arrampicata simbolica: l’obiettivo è raggiungere la vetta di una percezione sensoriale superiore, capace di tradursi in una più nitida visione del mondo e di se stessi. È questo il cosiddetto “sguardo accogliente”, di cui si fa maestro Enrique, estroso intellettuale ed ex insegnante di filosofia.
Ma quella che risulta veramente decisiva è la scalata alla montagna dell’amore, incarnata da doña Carmen, la proprietaria della posada, centro prospettico dell’intero romanzo. Bellezza estranea ai canoni mediatici, sorta di Venere “callipigia”, trionfo di femminilità prorompente, amante insieme sensuale e delicata, personificazione di un eros che nobilita la sessualità (così come la nobilita il linguaggio di Walter Gioia), doña Carmen è una delle più accattivanti figure femminili che si possano incontrare in letteratura. E magari, per i più fortunati, anche nella vita. I destini, entrambi feriti, del giovane italiano e della giovane messicana finiscono inesorabilmente per intrecciarsi. Il futuro del protagonista – salvezza o perdizione – dipende dall’esito dell’ultima partita che giocherà con lei, con la “principessa del vento”. Dall’esito dell’incontro/scontro fra “la roccia e il maremoto”, fra “la montagna e la tempesta”.
L’attacco del romanzo di Gioia è un classico incipit in medias res: proietta il lettore al centro dell’acme drammatica con cui si apre l’avventura messicana dell’io narrante. E produce precisamente quell’effetto di immedesimazione, di identificazione con il personaggio e la sua storia (nella fattispecie, con un protagonista che abita ogni capitolo del testo, ogni singola scena della narrazione) che Orazio raccomanda come tecnica per catturare al volo l’attenzione, l’interesse, la partecipazione del lettore: “quasi (quegli eventi) già li conoscesse”.
Questo effetto di straniamento, di sradicamento dalla realtà ordinaria del proprio vissuto e di trapianto nel contesto narrativo, l’ho sperimentato io stesso fin dalla prima lettura di quella che presumo fosse, qualche anno fa, una stesura primigenia. Vale a dire che fin dalla prima pagina, fin da quella prima riga procellosa (“Da nord, il vento improvviso coprì persino il mio ansimare”), io mi sono sentito scaraventato lassù, sulla “cima sacra” della Sierra Nayarit. Accanto al giovane dirigente che racconta in prima persona. Anzi, già quasi in-corporato e in-animato in lui. Io, Marco Beck, dentro la pelle di quell’audace trekker che sta per essere investito da una tempesta a 2200 metri di altezza, su una montagna sperduta nel cuore del Messico centrale. Proprio io, viaggiatore solo occasionale e a breve raggio, che mai ho messo piede nel Nuovo Continente. Proprio io che al massimo ho scalato da ragazzo la vetta del Campo dei Fiori. Proprio io che sul Messico ho terribili lacune non solo turistiche ma anche geopolitiche e, peggio ancora, culturali. Io che ho letto solo qualche poesia di Octavio Paz, Puerto Escondido di Pino Cacucci e un paio di libri sulla conquista di Tenochtitlán da parte di Hernán Cortés, mi sono subito identificato con... a proposito, come si chiama il protagonista? Be’, ecco una piccola sfida lanciata da Gioia ai suoi lettori: setacciate il volume da un capo all’altro, e vediamo se riuscite a dare un nome e un cognome al nostro eroe.
Un altro gioco, uno stimolante esercizio intellettuale può consistere nell’individuare le rispondenze, le assonanze o consonanze tra le pregevoli, rarefatte poesie collocate come epigrafi o sigle sulla soglia di ciascuno dei venti capitoli e i temi che in essi vengono dipanati.
Già questo primo capitolo, Voragini, annuncia il carattere polisemico della scrittura di Walter Gioia, la contemporanea presenza di significati reali, metafisici e metaforici, psichici e metapsichici. La montagna, l’ascesa: concretezza di un’impresa fisica, che comporta un affaticamento descritto con esattezza fisiologica. Ma anche, al tempo stesso, metafora di uno spossante cammino interiore proteso alla ricerca della verità, di un percorso iniziatico verso la meta di un’identità e di un equilibrio sempre sfuggenti. Sullo sfondo, l’ineludibile paradigma biblico del Monte Sinai, dell’ascesa di Mosè ed Elia sul Monte Oreb, incontro al Mistero Divino. E, su un piano puramente allegorico, l’itinerario di ascesi mistica tracciato da san Giovanni della Croce nella Salita del Monte Carmelo. In tutto il romanzo, del resto, si dispiega un tessuto di echi, rimandi intertestuali, allusioni, che il lettore più attento è invitato a scoprire. Ma anche i meno agguerriti, pur senza scendere in questi strati più profondi, trarranno sicuro godimento dall’incalzante succedersi di episodi avvincenti, emozionanti, di taglio a volte cinematografico.
Una nuova ascesa alla montagna sacra della Sierra, fino ai ruderi di un tempio precolombiano, avverrà verso la fine del romanzo e sarà segnata dall’incontro con un misterioso sciamano, un curandero che sembra muoversi sul sottilissimo crinale tra realtà e irrealtà, immanenza e trascendenza. Ma tutto il soggiorno del protagonista in quella terra incantata è, in sostanza, scandito da arrampicate sui ripidi pendii di montagne simboliche, sacre o profane. Scalate di forte valenza iniziatica, che tutte contribuiscono al risanamento interiore del giovane dirigente, al cicatrizzarsi delle sue ferite psicofisiche: il sospetto di una grave malattia polmonare, gli attacchi di panico, i postumi delle crisi infantili e adolescenziali in seno alla famiglia, i problemi lavorativi, i fallimenti sentimentali.
L’iniziazione all’esplorazione del proprio inconscio grazie a un rito sciamanico condiviso con una coppia di contadini, Francisco e Clara, d’incantevole sapienza, semplicità e generosità, è una sorta di discesa verso il picco vertiginoso di una montagna rovesciata, qual è la psiche aggrovigliata del protagonista. E va subito aggiunto che in questi tuffi “psicoterapeutici” la prosa di Gioia tocca vertici di sconvolgente visionarietà. Ma poi sa anche scavare con pietoso discernimento nel passato dei due anziani campesinos, nel lontano trauma che pure non ha distrutto il loro rapporto, ma paradossalmente ha cementato la loro unione, la loro serenità contagiosa.
C’è poi l’impervia montagna etico-sociale che si erge lungo il cammino del protagonista con tutta la mole della questione concernente lo sfruttamento degli indios nelle micidiali piantagioni di tabacco gestite senza scrupoli da avidi latifondisti all’ombra delle multinazionali. Qui i suoi compagni di strada sono un coraggioso agronomo, Piramo, impegnato in un’impossibile battaglia contro la mafia locale e i suoi sgherri, e alcuni giovani lavoratori appartenenti all’etnia degli huicholes: un popolo vessato, emarginato, minacciato di estinzione insieme al suo patrimonio di cultura autoctona. Nella ricerca di un nuovo orizzonte esistenziale, questa presa di coscienza antropologica e morale ha per il protagonista un valore non secondario.
Un’altra guida accompagna il viaggiatore europeo in un’altra arrampicata simbolica: l’obiettivo è raggiungere la vetta di una percezione sensoriale superiore, capace di tradursi in una più nitida visione del mondo e di se stessi. È questo il cosiddetto “sguardo accogliente”, di cui si fa maestro Enrique, estroso intellettuale ed ex insegnante di filosofia.
Ma quella che risulta veramente decisiva è la scalata alla montagna dell’amore, incarnata da doña Carmen, la proprietaria della posada, centro prospettico dell’intero romanzo. Bellezza estranea ai canoni mediatici, sorta di Venere “callipigia”, trionfo di femminilità prorompente, amante insieme sensuale e delicata, personificazione di un eros che nobilita la sessualità (così come la nobilita il linguaggio di Walter Gioia), doña Carmen è una delle più accattivanti figure femminili che si possano incontrare in letteratura. E magari, per i più fortunati, anche nella vita. I destini, entrambi feriti, del giovane italiano e della giovane messicana finiscono inesorabilmente per intrecciarsi. Il futuro del protagonista – salvezza o perdizione – dipende dall’esito dell’ultima partita che giocherà con lei, con la “principessa del vento”. Dall’esito dell’incontro/scontro fra “la roccia e il maremoto”, fra “la montagna e la tempesta”.
Marco Beck

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